Piccolo è bello e credibilmente anche “green”

Nella newsletter precedente avevamo dato conto degli interventi di Petrini e Mercalli nei convegni di Herbaria. Se ricordate Petrini, fondatore di Slow Food, invocava un ritorno alla agricoltura sostenibile dei nostri giovani per affrontare il problema della disoccupazione e per rilanciare un settore che ha una rilevanza strategica  per  la sostenibilità del nostro modello di vita. Nel bene e nel male. Un sostegno  a questa richiesta di Petrini, che per la verità lui guarderebbe con un po’ di sospetto, viene da una delle notizie di questa settimana. In Inghilterra McDonald ha avviato un piano di investimento nella formazione di giovani agricoltori per affrontare il grave problema dell’eccessivo invecchiamento degli agricoltori inglesi e la bassa capacità innovativa di quel settore. 
E’ probabile che lo stesso menù proposto per decenni dai ristoranti inglesi della catena americana abbia contribuito a determinare questa situazione ma oggi McDonald ha sposato per motivi di domanda e di immagine la causa dei prodotti alimentari locali, la cui quantità di  fornitura viene però messa in discussione da un settore agricolo che si sta velocemente impoverendo di forza ed intelligenza. E per questo motivo si fa sostenitore del suo rilancio. Rimane il problema della coerenza fra modello di business e nuovo indirizzo “ambientalista” di queste grandi corporation. Problema che viene messo in luce dal report di una organizzazione no profit per il sostegno alle comunità locali che fa il “suo” punto della situazione dopo qualche anno dall’avvio  dell’impegno di WalMart per rendere più sostenibile la propria attività. Un risultato che viene considerato insoddisfacente non tanto per lo sforzo  profuso (che per la verità poteva dare in alcuni casi risultati migliori) quanto per la sostanziale “intangibilità” di un sistema di sviluppo del business che continua a puntare sulla crescita senza limiti dei consumi. In realtà nel report (che mettiamo a vostra disposizione ) ci sono delle forzature “ideologiche” ma rimane il fatto che questa critica ci arriva proprio dalla nazione che ha creato la moderna società dei consumi. Tutta questa discussione che rilevanza può avere per le nostre aziende ? Io la vedo così. Se le grandi corporation internazionali si impegnano in progetti di sostenibilità con profusione di risorse e competenze ma in definitiva trovano un “limite” alla loro credibilità per la loro stessa natura;  le aziende italiane, il nostro sistema economico produttivo basato su modelli diversi per dimensioni, valori e rapporti con l’ambiente e la tradizione (che però vanno recuperati) potrebbero invece molto più credibilmente porsi come riferimento della nuova green economy. Questa è l’idea di fondo che guida Greenactions dalla sua nascita e che cerchiamo di trasmettere con questa newsletter. Siamo soddisfatti di segnalare di volta in volta le prove a supporto di questa valutazione.

Vale la pena ricordare che dal 2o al 22 giugno a Rio si terrà una importante  appuntamento internazionale per il rilancio degli interventi coordinati dei vari governi a sostegno della sostenibilità ambientale: la conferenza Rio +20. Trovate notizie in più sull’evento nella sezione “Risorse” della nostra newsletter.

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