Negli Stati Uniti il tessile non sa riciclarsi

Clothes-recycling-programsAlcuni recenti post apparsi sulle riviste on line specializzate ci hanno informato circa  il ritardo della distribuzione americana nel cogliere l’opportunità derivante dal riciclo di prodotti tessili e dell’abbigliamento. Le esperienze in altri paesi dimostrano che si possono ottenere vantaggi economici e di immagine.I dati quantitativi della filiera tessile e dell’abbigliamento negli Stati Uniti confermano l’immagine di un settore che, con il successo della moda veloce ed a basso costo, contribuisce in maniera significativa agli impatti ambientali del nostro modello di vita (una recente stima indica che ogni anno, nel mondo, 70 miliardi di nuovi capi di abbigliamento escono dalle fabbriche) . Infatti secondo l’EPA (l’ente per la Protezione Ambientale negli States) solo il 15% dei prodotti di abbigliamento viene riciclato; una percentuale molto inferiore ad altri materiali come il vetro, la carta, l’alluminio, e la plastica, mentre 13,1 milioni di tonnellate di tessuti vengono mandati ogni anno in discarica (dato del 2010).

In realtà la considerazione del ruolo giocato dal settore tessile nella pressione ambientale (e anche sociale come abbiamo visto in recenti disgrazie) ha determinato un progressivo cambiamento nelle attività delle aziende di distribuzione che si stanno impegnando in particolare per incrementare il riciclo e il riutilizzo dei capi di abbagliamento dismessi dai loro clienti . Un trend che però non si è diffuso negli Stati Uniti.

Fra gli esempi più conosciuti possiamo citare ad esempio l’ iniziativa di Mark & Spencer chiamata  Shwopping che raccoglie in ogni negozio della catena capi di abbigliamento usati gratificando il cliente con regali e talvolta coupon di sconti per l’acquisto. I capi raccolti vengono riutilizzati per il sostegno delle ceti o dei paesi più poveri. La catena inoltre riutilizza parte del tessile raccolto per produrre una linea di abbigliamento con fibre riciclate. I suoi conti dimostrano che l’impiego di questa fibra è più conveniente di quella originale. Altri esempi positivi di questo trend arrivano da H&M che ha da pochi mesi lanciato un programma pilota (ma operativo in negozi di tutto il mondo) per il riciclo ed il riutilizzo di capi di abbigliamento dismesso. Anche in questo caso i clienti ottengono un vantaggio economico per l’acquisto.

Negli Stati Uniti invece nonostante i vantaggi economici che possono essere acquisiti e la pressione della opinione pubblica sempre più consapevole del peso della moda usa e getta sull’ambiente, non si sta ancora facendo abbastanza. Alcuni esempi positivi vengono da Levi’s che ha introdotto una line di jeans che utilizza fibre riciclate e richiede meno acqua per il lavaggio, o da North Face che ha avviato anche essa un programma di riciclo come quelli a cui abbiamo accennato prima. Ma la maggior parte di produttori e distributori sono in realtà ancora inerti. Una opportunità per chi ha idee chiare e coerenza di comportamenti.

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