Il Capitale Naturale consumato per 5 mila miliardi in un anno

NaturalCapitalIl sistema delle imprese ha imparato a conteggiare il valore dei servizi del capitale naturale.  Ed i risultati dimostrano la gravità del problema e allo stesso tempo le opportunità esistenti per le imprese che decidono di agire. Primo passo? Saperne di più.

I lettori più attenti ed assidui della nostra newsletter ricorderanno che proprio poche settimane, presentando il report dello Stato della Green economy 2013, avevamo incluso fra i 10 trend di mercato più significativi  la valorizzazione del capitale naturale nei sistemi di Accounting delle grandi imprese più sensibili ai temi ambientali. Una scelta che potrebbe permettere alle stesse di prendere le scelte opportuno per ridurre i rischi degli impatti ambientali sul proprio business.

Questa sensibilità viene confermata dalla recente pubblicazione di un report da parte dell’organizzazione TEEB (The Economics of Ecosystem and Biodiversity) in occasione di un convegno svoltosi a New Delhi. Il documento presenta in maniera dettagliata la quantificazione economica delle Top 100 esternalità ambientali, che sono costate nel solo 2012 la cifra stupefacente di 4,7 mila miliardi di dollari. Per essere chiari si tratta della perdita di valore causata dalla ridotta capacità del sistema ambientale di produrre servizi utili all’uomo e alle sua attività (acqua e aria pulita, disponibilità di risorse naturali etc), tutto in un solo anno!

Il calcolo è stato realizzato utilizzando  il modello ed il database di Trucost che condensa i 100 impatti ambientali in 6 categorie o Kpi ambientali: L’uso del terreno, il consumo dell’acqua, l’emissione di gas serra, l’inquinamento dell’aria, l’inquinamento del terreno e dell’acqua, la produzione di rifiuti. Ciascuno di queste categorie di impatto vengono articolate per zona geografica e settore di business, a cui vengono associati i valori economici del business ed i relativi costi ambientali.

Ne viene fuori una interessantissima tabella da cui è possibile estrarre ad esempio le esternalità con il maggiore impatto ambientale. Che sono ad esempio nell’ordine: la generazione di energia a carbone nell’Asia orientale, l’allevamento del bestiame in Sud America, ancora la produzione di energia a carbone questa volta in Nord America e la coltivazione del frumento e del riso in Asia Meridionale. Sempre da questi numeri è possibile individuare i settori economici che fanno peggio nel rapporto fra redditi prodotti e costi ambientali. Da dove per esempio si può sapere che l’allevamento del bestiame  determina costi ambientali 7 volte superiori al fatturato realizzato,  4 volte è il rapporto per la produzione del frumento mentre il settore tessile (con tanti problemi oggi di immagine) ha un valore in equilibrio.

Se l’articolo è stato di tuo interesse, visita il nostro sito: www.greenactions.it ed iscriviti alla newsletter gratutita.

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