Efficienza energetica e Reddito delle Utility: un binomio conciliabile?

effenerCome è possibile che un’ impresa si impegni a vendere minori quantità del prodotto su cui fonda il suo business? Magari promuovendo un concetto di efficienza e parsimonia presso i suoi clienti ? Domande che non sono certamente retoriche quando l’impresa è una utility che vende energia. Un recente studio americano ci da qualche informazione a riguardo.

Come sappiamo molto bene dagli articoli che abbiamo spesso pubblicato, i consumatori chiedono  che le imprese siano maggiormente impegnate per rendere il nostro modello di vita  più sostenibile e che forniscano loro tutte le informazioni necessarie per adottare stili di acquisto e consumo più consapevoli. Un appello che viene ascoltato  specie in quei settori dove l’utilizzo dei beni e servizi ha un peso significativo sull’impatto ambientale complessivo. Qui, come nel caso dei beni di largo consumo o dei beni durevoli, le imprese più innovative si stanno adoperando per aiutare i loro clienti ad adottare comportamenti più virtuosi.

Nella filiera di produzione e consumo dell’energia tutto questo si scontra con una realtà apparentemente inconciliabile. Una maggiore consapevolezza ed efficienza dei consumatori di energia (utenze domestiche ed aziendali) determina come diretta conseguenza un calo dei consumi, una riduzione della bolletta e delle emissioni di gas serra ma, inevitabilmente, un calo delle entrate delle aziende fornitrici. Come possiamo aspettarci quindi che queste ultime si impegnino in maniera consistente in tal senso? Specie quando queste imprese sono di proprietà privata e non pubblica?

Il dibattitto su questo argomento e sulla efficacia di norme e regolamenti in grado di superare questa evidente contrapposizione di interesse è lungo ormai decenni, ma un recente report pubblicato negli Stati Uniti da  American Council for an Energy-Efficient Economy (ACEE) sembrerebbe dimostrare concretamente che è possibile conciliare l’inconciliabile.

Lo studio rende conto delle norme e delle pratiche tariffarie adottate da alcune importanti aziende fornitrici di energia localizzate in parti del paese molto distanti fra loro, e dimostra che in effetti queste imprese sono riuscite ad adottare una efficace campagna per ottenere maggiore efficienza dell’utilizzo di energia da parte dei clienti, senza però penalizzare la  redditività.

Secondo il report, la policy più efficace per ottenere questo risultato è l’applicazione del modello del “disaccoppiamento delle entrate” (revenue decoupling) che adotta  piccoli aggiustamenti dei tassi annuali per garantire che le utility potranno recuperare i costi autorizzati del loro servizio, né più né meno, indipendentemente da eventuali fluttuazioni di vendita a breve termine associati con i miglioramenti di efficienza energetica.

La possibilità di praticare un modello di tariffazione di questo tipo permetterebbe quindi di ottenere una strategia win-win dove, se entrambe le parti si impegnano per essere complessivamente più efficienti, nessuno ci perde.

Il contenuto del Report è stato contestato e contrastato dagli scettici dell’utilità dell’efficienza energetica che hanno argomentato che l’applicazione di questi modelli potrebbero causare delle penalità finanziarie per le utility in ragione di una sorta di “arricchimento indebito”, ma le conclusioni dello studio ed il dibattito successivo sono stati particolarmente decisi a riguardo. Efficienza Energetica e Redditività delle imprese del settore non sono in contraddizione fra loro.

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