Sostenibili per interesse o per passione?


L’idea di fondo che abbiamo sempre voluto comunicare alla  piccola business community dei nostri lettori è che agire in favore della sostenibilità rappresenta  una imperdibile opportunità per ottenere migliori risultati dal proprio lavoro. Diventare più innovativi, più competitivi. Agire quindi per il proprio interesse. Oggi prendiamo in considerazione una posizione che afferma esattamente il contrario. La sostenibilità ha una scarsa convenienza economica e sono altre le motivazioni che spingono a perseguirla.

Il concetto viene proposto autorevolmente da Charles Eisenstein del Guardian in un articolo che potete leggere qui. Prima però di illustrare la sua posizione vi invitiamo a dare una rapida occhiata agli altri articoli che pubblichiamo questa settimana. Tutti ci raccontano come sempre di scelte aziendali a favore della sostenibilità ambientali e sociali; scelte che in alcuni casi vengono premiate da vantaggi economici e di business anche quando il buon senso farebbe pensare il contrario.

Abbiamo quindi una ricerca i cui risultati dimostrano che è possibile conciliare l’efficienza energetica di imprese e famiglie con la redditività delle utility. Oppure i risultati della scelta dei giganti dell’alimentazione americana che hanno ridotto la quantità delle calorie presenti nei loro prodotti senza per questo essere danneggiati in termini di crescita e redditività. Quindi il modello sembra funzionare, si può agire contemporaneamente a favore dei propri interessi e di quelli dell’ambiente che ci circonda.

Eppure ci dice Eisenstein, 9 volte su 10 la sostenibilità non conviene. I costi sono maggiori o le vendite non sono premiate da questa scelta. Meglio ancora, motivare le scelte in favore della sostenibilità ambientale o sociale sulla base della razionalità economica significa ridurre considerevolmente le possibilità che si attui davvero un cambiamento significativo del nostro modello di sviluppo in grado di evitare o contenere le crisi che abbiamo di fronte.

In realtà, afferma il giornalista dell’autorevole Guardian, dobbiamo prendere seriamente in considerazione il fatto che anche le aziende, come le persone, possono decidere di agire spinte da motivazioni che i numeri non riescono a spiegare fino in fondo, ma che hanno a che fare con “l’amore, la cura, e il desiderio di servire”. Secondo Eisenstein in realtà lo stanno già facendo, e la ricerca della logica dei numeri serve solo a darci una motivazione coerente con il pensiero tradizionale o dominante.

Il giornalista continua poi affermando che anche le decisioni che prendono le mosse da queste motivazioni devono essere concretizzate e guidate dal buon senso economico perché un loro fallimento non sarebbe di aiuto a nessuno (e su questo come non essere d’accordo?) ma il tema è sul tavolo e non di poco conto. Le aziende e le persone che le compongono, possono agire sulla base di motivazioni che non riguardano il profitto a breve termine?

Personalmente sono profondamente convinto che agire in favore della sostenibilità convenga anche sulla base di motivazioni di business, specie se il sistema di mercato si dota o si doterà degli strumenti per considerare i costi esterni delle attività aziendali. Ma credo che lo stimolo del giornalista inglese vada considerato accettando il suo campo di gioco. L’altruismo può muovere il business? E direi, parafrasando una frase forse un po’ consumata,  “se non ora , quando” ?

Chiudo per questa volta, ma spero di poter ritornare sull’argomento, con una personale esortazione. Facciamolo perché pensiamo possa essere un’opportunità per il nostro business, facciamolo perché in fondo ci sentiamo gratificati dal pensiero di poter essere utili a qualcuno, ma facciamolo!

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