L’avvento della Sharing Economy cambia le regole del gioco

Ne abbiamo parlato spesso di recente. Segnali sempre più evidenti provenienti da alcuni settori come la mobilità, le vacanze e la stessa moda mostrano che i consumatori , soprattutto quelli più giovani, stanno decisamente favorendo la scelta della condivisione a fronte del possesso dei beni. Ma quanto è diffuso questo fenomeno, quali sono i fattori che lo motivano , quali sono i vantaggi perseguiti e quale il ruolo dei “produttori” ? Una ponderosa ricerca di mercato ci fornisce molti spunti di riflessione.La ricerca di mercato è stata realizzata da Havas Worldwide, si chiama “New Consumer and the Sharing Economy” e volendo la potete scaricare nel link al termine di questo post.
La ricerca è indubbiamente ponderosa perché ha coinvolto 10.574 consumatori localizzati in 29 paesi differenti (fra cui lo stesso nostro paese). Si tratta di un campione non del tutto rappresentativo della realtà perché sono stati pesati in misura maggiore (il 20% del totale) un gruppo di consumatori che Havas chiama Prosumer e che hanno un ruolo di leadership e di anticipatori. Insomma con loro diamo uno sguardo all’immediato futuro piuttosto che al presente.

Che cosa ci dice dunque questa ricerca ? Per la maggior parte (70% degli intervistati) l’attuale modello di consumo non funziona, determina un acquisto di beni eccessivo che provoca seri problemi a noi e all’ambiente in cui viviamo. La sua stentata sopravvivenza viene chiaramente motivata dalla necessità di stabilizzare l’economia ed i livelli occupazionali in un periodo di crisi. Insomma se potessimo avremmo già fatto scelte più decise a riguardo.

Ma nonostante questa “barriera all’uscita” molti, e soprattutto i più giovani, si stanno indirizzando verso un nuovo modello di consumo più intelligente che vede come aspetto più evidente la sostituzione del possesso del bene con la sua condivisione ma che in realtà prefigura nuove regole del gioco che modificano radicalmente, o lo possono fare, sia la funzione del consumatore che quella del brand del “produttore” (ma definirlo cosi non sarebbe più giusto).

La Sharing Economy offre molti vantaggi agli occhi di questi nuovi consumatori. Prima di tutto fa risparmiare; ma questa opzione “egoistica” viene immediatamente seguita da altre più altruistiche come la sensazione di sentirsi utili ed attivi, la riduzione dell’impatto ambientale delle proprie scelte  e la fuoruscita dal criticato modello di iperconsumismo.

In realtà quello che si può osservare in questa logica di consumo “collaborativo” è che quello che una volta  definivamo consumatore entra in gioco modificando la filiera e svolgendo più ruoli. Attraverso il crowdsourcing ed il crowdfunding può collaborare  alla definizione delle specifiche del prodotto e al suo finanziamento, mentre con le piattaforme di sharing si trasforma in un distributore dei beni che ha acquistato e di cui ora non ha più bisogno.

Ed il brand? Deve rassegnarsi a subire questo processo e soprattutto a vendere meno prodotti ? O forse ha la possibilità di creare nuovo valore aggiunto immateriale che si sostituisce a quello materiale con la soddisfazione di tutti ? La ricerca di Havas sembra indicare proprio questa strada. Infatti il nuovo consumatore che sceglie di quali bene ha effettivamente bisogno e li condivide con i suoi pari ha bisogno del brand per molte funzioni altrettanto importanti.

In sintesi il nuovo brand si trasforma in un. facilitatore ed  un promotore del nuovo modello di consumo (o potrebbe farlo se decide di cavalcarlo e non di ostacolarlo). Il nuovo consumatore ha bisogno delle sue conoscenze per scegliere le soluzioni più sostenibili, della sua credibilità per garantire la qualità e sicurezza dei beni che acquista in  rete. Ha bisogno dei suoi investimenti e del suo know how per la costruzione delle Comunità e delle connessioni. Ha bisogno, per rimanere al suo ruolo originario, di una nuova generazione di prodotti che non puntano sulla obsolescenza programmata ma che invece tengono conto sin dalla progettazione della loro seconda e terza vita.

Insomma  possiamo dire che i tempi possono diventare duri per “gli inventori di desideri” ma che opportunità molto interessanti si aprono davanti ai brand e alle imprese che intendono lavorare per la soddisfazione di lungo periodo dei consumatori (non degli acquirenti) dei loro servizi.

Per scaricare il documento puoi fare click qui 

Se l’articolo è stato di tuo interesse, visita il nostro sito: www.greenactions.it ed iscriviti alla newsletter gratuita.

 

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Editoriali. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...