I quadranti della Sostenibilità e la green economy italiana

Uno dei modelli più utilizzati per schematizzare i possibili  vantaggi che le aziende possono ottenere abbracciando una convinta strategia di innovazione sostenibile è la matrice che incrociando costi e ricavi con orizzonti temporali di breve e medio lungo periodo , colloca efficacemente le varie tipologie di effetti della sostenibilità sul business aziendale. Ho ripensato a questo schema scorrendo velocemente gli articoli pubblicati questa settimana nella nostra newsletter.

L’articolo di Starbucks ci ricorda le potenzialità di ampliamento del business che derivano dal perseguire una strategia di innovazione ambientale. Come si sarebbe potuti arrivare altrimenti ad utilizzare quello che da sempre viene considerato un classico rifiuto alimentare (i fondi del caffe) per generare  un nuovo sistema di alimentazione per l’allevamento di mucche che producono per questo latte di qualità ? Per non parlare poi della possibilità di incrociare competenze (servizi di ristorazione e produzione di lenti a contatto) che mai altrimenti si sarebbero incontrate e fecondate.

D’altra parte i report di Carbon Disclosure Project (CDP) ed Oxfam riportano all’attenzione della business community i costi che nel breve  e nel medio lungo periodo   possono venire a determinarsi per l’imprese se non ci attrezza per ridurre l’impatto ambientale della propria filiera e ancora più la sua resilienza; la sua capacità cioè di minimizzare e di adattarsi in maniera flessibile agli impatti dei cambiamenti climatici (strategia decisiva per alcune filiere come in particolare quella alimentare) ed anche di resistere alle pressioni della pubblica opinione e delle organizzazioni ambientalistiche per rendere le proprie attività meno “distruttive”

I post relativi alle recenti esperienze di Kellogg’s e di H&M ci parlano invece di come deve cambiare la comunicazione di prodotto nel primo caso e del brand nel secondo. Quando si vantano performance ambientali (parliamo di comunicazione di prodotto quindi) bisogna essere molto più attenti e “specifici” di quanto ci era permesso, ammettiamolo, nel marketing tradizionale. Se si afferma di essere “Naturali” non basta esserlo quasi, o più di prima, bisogna esserlo davvero al 100%. Quando si parla di brand invece  oggi esso  acquista molto più valore per quello che è in grado di fare per migliorare le condizioni di vita delle comunità con cui entra in contatto con le sue molteplici forme di relazione. Specie quando si ha a che fare con aziende globali le cui filiere si diramano in tutto il globo.

Insomma un approccio strategico alla sostenibilità permette di massimizzare gli effetti di breve e di lungo periodo sui risultati di impresa. Sta avvenendo tutto questo, in particolare per le aziende del nostro Paese? Anche se una parte del nostro sistema produttivo ha dimostrato di sapere, come sempre, cogliere con molta velocità le opportunità presentate (basti pensare alla diffusione delle energie rinnovabili o delle ecolabel) e anche se possiamo vantare un gruppo non marginale di imprese che sono nate e stanno avendo successo proprio puntando sulla green economy, la nostra impressione è che la transizione sia ancora lenta per la parte più significativa delle nostro sistema di piccole e medie imprese.

Un problema di management e anche di effetti generati dalla crisi. Ma nei prossimi giorni frequentando gli eventi organizzati da Symbola per il Festival della Soft Economy con successivo Seminario Estivo potremmo certamente aggiornare la nostra idea di questo processo di cambiamento. E magari ne riparleremo insieme la prossima volta.

Se l’articolo è stato di tuo interesse, visita il nostro sito: www.greenactions.it ed iscriviti alla newsletter gratuita

 

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