Zero Waste: un obiettivo difficile da definire

zerwasteblogEaton è una multinazionale di alta tecnologia americana che ha recentemente annunciato che ben 39 dei suoi siti produttivi in giro per il mondo sono diventati “zero waste”. La sua comunicazione  però ha tenuto a precisare in modo dettagliato cosa intende la compagnia per impianto a rifiuti zero. In questo modo ha sottolineato l’esistenza di un dibattito dalle implicazioni davvero rilevanti. Seguiteci.Per Eaton un impianto produttivo , come qualsiasi altro sito che produce rifiuti , è ” zero waste” quando il 98% degli scarti che genera evita la  discarica e viene riutilizzato, riciclato, finisce in compost od incenerito. Meglio ancora, per tranquillizzare la sensibilità di molti, specie nel nostro paese, il processo di incenerimento viene considerato come  valido per arrivare al risultato di zero waste soltanto se utilizzato per produrre una quantità di energia superiore a quella necessaria per l’incenerimento (a dire il vero molti stanno mettendo in dubbio l’incenerimento come strada efficace ed efficiente e le scelte in questa riduzione stanno diminuendo)

Insomma una linea guida piuttosto impegnativa da seguire e molto prescrittiva. Ma in effetti abbiamo a che fare con un percorso che ormai ha molti decenni di storia e che coinvolge aziende e amministrazioni pubbliche in gran parte del mondo. Il concetto di zero waste nasce infatti negli anni 70 nel settore della chimica per l’elettronica e l’obiettivo èra soprattutto quello di ridurre la quantità di materiale che finiva in discarica . Ora la visione che si sta affermando  guarda non tanto alla quantità di materiale che si riesce a differenziare ma soprattutto alla minimizzazione del consumo di risorse . Ci si avvicina insomma ai concetti della economia circolare.

Non basta quindi differenziare ma è necessario preoccuparsi che l’intero processo sia pensato per la riduzione dei consumi dei materiali e che quelli giunti a fine vita siano indirizzati a generare nuovo valore. E’ un processo che coinvolge necessariamente non solo i produttori e i consumatori ma anche le amministrazioni pubbliche e gli operatori della filiera del riciclo/riuso.

Le città stesse  possono ovviamente favorire l’affermazione dei processi zero waste privilegiando od imponendo l’utilizzo di determinate soluzioni o comportamenti. San Francisco ad esempio, una città che ricicla l’80 dei suoi rifiuti , il doppio della media americana, ha reso obbligatorio l’utilizzo di contenitori per il cibo che siano compostabili o riciclabili, e richiede il riutilizzo di tutti i materiali provocati dalle ristrutturazioni o ricostruzioni edilizie ! Anche porsi obiettivi ambiziosi (Oakland prevede di portare in 10 anni ad un decimo la sua produzione di rifiuti) spinge a ripensare in modo drasticamente innovativo l’intera filiera del riciclo/riuso.

Per parte sua Eaton ci informa che grazie all’approccio zero waste dal 2010 ha eliminato 2750 tonnellate di rifiuti, speriamo che ne abbia fatto un buon uso !

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